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Ancora sull’ “utero in affitto”

Capisco che la Fattorini – e con lei Lepri, Lupi, Sacconi, Alfano, e chi più ne ha di questi campioni più ne metta – usi la dicitura “utero in affitto” perché è intenzionata a negare altro dispreggiando quella pratica che invece correttamente è definita GDS (gestazione di sostegno) e/o GPA (Gestazione per altri) ovvero la pratica che aiuta uomini omosessuali single o in coppia a diventare padri.
Diciamocelo chiaro e tondo, non esiste un problema di “utero in affitto”, è una sporca e prosaica scusa per negare la genitorialità gay e lesbica e di conseguenza la loro richiesta di esser riconosciute come famiglie a tutto tondo.
Esiste invece – in alcuni casi, in alcuni paesi – magari un problema di considerazione delle donne, da cui deriva eventualmente il loro sfruttamento, e non ho mai sentito i suddetti fare tanta caciara per questo. Mi viene in mente ad esempio la considerazione che le donne hanno in India…ed i gay e le lesbiche hanno veramente poco a che farci.

Non capisco invece, e non condivido, l’uso della stessa dicitura da parte di persone gay e lesbiche militanti politici, come a non voler affrontare l’atteggiamento sprezzante di superiorità che i suddetti campioni hanno nei nostri, e loro, riguardi. Perché è di questo che si tratta.

Se con onestà intellettuale si fa la premessa che ho fatto, allora è davvero molto facile, fin troppo, per chiunque dire “sono contro l’utero in affitto”, ed è pericoloso perché mostra il fianco e non aiuta assolutamente la causa della stepchild adoption.

Aiuterebbe sicuramente di più mettere queste persone di fronte alla realtà, ad esempio dicendo che associazioni quali Famiglie Arcobaleno hanno affrontato, e superato, il discorso della GPA anche da un punto di vista etico, basta farsi un giro sul loro sito e leggere la loro Carta Etica, e se ci son casi di uomini etero e/o gay che si comportano diversamente sono casi isolati e non si può negare la felicità a tanti per via di pochi.

Detto questo, la stepchild adoption resta l’ultimo scoglio – forse – perché questa legge discriminante, che creerà un istituto per nulla equivalente al matrimonio – ricordiamo la definizione di “formazione sociale specifica” e che mancherà la possibilità di adottare per la coppia – se non in quei diritti che supereranno la discussione e verranno elencati, prosegua chissà quando il suo cammino.

Ci troveremo cosi ancora a gridare per le strade la nostra richiesta di pari dignità e di eguaglianza, che si avrà solo quando come in altri paesi ci sarà la possibilità per tutti di accedere allo stesso istituto, ovvero al matrimonio.

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