Siamo di moda

Non ce ne siamo accorti ma siamo sicuramente diventati di moda, all’ultimo grido, se anche Giovanardi ha pensato bene di presentare un disegno di legge – precisamente il numero 3438 – per la regolamentazione delle unioni civili.

Scherzi a parte, lo leggo su Giornalettismo e trovo il documento sul sito del Senato. E’ decisamente vero.

Mi viene naturale pensare, tralasciando ogni battuta, che quindi la nostra richiesta di equiparazione totale del diritto all’accesso all’istituto del Matrimonio abbia oramai raggiunto quel grado di insistenza tale da non poter più essere trascurata dalla classe politica come in passato. E’ chiaro che questo sarà uno degli argomenti su cui si andranno a delineare le proposte politiche di ogni sorta di schieramento si proporà alle prossime elezioni.
Quello che però bisogna necessariamente notare è il timore dei nostri politici nel fare proposte adeguate con i tempi.

Sembra che le parole d’ordine siano: si deve dare una risposta, che sia la più blanda possibile.

Ecco quindi i giochi perversi di chi come Giovanardi prova a ridurre tutto ad un mero contratto privato, cosi da non dare alcuna visibilità e di conseguenza nessuna valenza pubblica alla cosa, oppure della Bindi che mentendo spudoratamente brandisce la Costituzione ed il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’argomento per dire che il matrimonio non è possibile.
Però sappiamo tutti che la Costituzione può essere cambiata, se lo si vuole, ed abbiamo letto tutti il pronunciamento della Corte Costituzionale da sapere – anche se on si è fini giuristi – che essa dice cosa totalmente diverse da quelle affermate dalla Bindi.

E la pavidità di tali personaggi è dimostrata anche dalle parole di Bersani nel video che segue, dove il segretario del partito che si definisce “progressista” la butta in caciara.

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3 pensieri su “Siamo di moda

  1. Personalmente, credo che la presa in giro più grossa, da parte della classe politica, in senso bipartisan, sia quella di creare confusione.

    Coppie omosessuali e coppie di fatto non sono necessariamente coincidenti, questo è palese. Le coppie di fatto sono quelle coppie che, legittimamente, scelgono di non sposarsi e di non assumere, di fronte alla società, degli obblighi dai quali poi scaturiscono anche dei diritti. Le coppie omosessuali (e NON le persone omosessuali, giacché le persone omosessuali possono accedere all’istituto del matrimonio come chiunque altro, scegliendo però di sposare una persona del sesso opposto) non possono scegliere, in quanto lo Stato attualmente permette solo a coppie eterosessuali (l’aggettivo “eterosessuale” è riferito all’assortimento sessuale dei componenti della coppia stessa, non al loro orientamento sessuale, che è – giustamente – del tutto ininfluente da un punto di vista legale-giuridico) di accedere all’istituto – civile e laico – del matrimonio.

    Ciò a cui la classe politica deve rispondere – positivamente – è la richiesta di matrimonio (e non di un istituto “equivalente” chiamato in altro modo) da parte delle coppie omosessuali che contribuiscono, come le altre, allo sviluppo della società.

    È per quello che io sono favorevole all’estensione del matrimonio (e non all’introduzione del “matrimonio gay”, che è un’espressione abominevole dal punto di vista semantico e del tutto cretina perché priva di ogni fondamento logico: il matrimonio è unico, senza “epiteti” di vario genere): stesse capacità di assumersi obblighi, pertanto stessi diritti ed ovviamente chiamati con lo stesso nome, giacché, anche se venisse introdotto un istituto davvero equivalente a quello del matrimonio (che, quindi, consentirebbe anche l’accesso alle adozioni), quell’istituto non avrebbe mai quell’impatto e quella legittimazione sociali, e quindi pubblici, che desideriamo e che ha invece il matrimonio nella dimensione collettiva.

    Inoltre, personalmente, e so che questa opinione è ben poco condivisa, non sono mai stato granché favorevole al riconoscimento giuridico delle coppie di fatto (tutte), perché se due persone vogliono che dalla loro unione discendano dei diritti, allora penso sia giusto e doveroso che sottoscrivano formalmente degli obblighi: affinché lo Stato – e cioè noi tutti – destini a quelle coppie del welfare, trovo pacifico che quelle coppie si assoggettino a doveri ben precisi. Di conseguenza, trovo senza senso che si parifichino due situazioni diverse (e per nulla equivalenti) allo stesso modo, essenzialmente per due motivi. Il primo è legato al fatto che, secondo il mio punto di vista, non ha senso creare due istituti giuridici che regolano la stessa cosa allo stesso modo, e cioè i diritti ed i doveri di una coppia nel proprio percorso di vita. In secondo luogo, mi pare discriminatorio (ed anche poco educativo) che si concedano gli stessi diritti a coppie che, a differenza di quelle sposate, non accettano obblighi dal punto di vista formale. Situazioni differenti vanno regolate diversamente.

    La proposta di Giovanardi potrebbe starmi bene nella misura in cui si spieghi precisamente che la rivendicazione delle coppie omosessuali non si ferma, né si riduce, approvando una simile proposta di legge che, come ho già spiegato, regola una fattispecie del tutto distinta e distante dalla battaglia culturale (prima ancora che legislativa) che deve portare alla legittimazione, prima, ed alla equiparazione legale, poi, delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

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