A caso sulla riforma del lavoro

Quelli che seguono sono pensieri che mi girano nella testa in merito alla riforma del lavoro – per fortuna non ancora legge – presentata 2 sere fa dalla Ministro Fornero e dal Premier Monti. Sono pensieri di una persona sicuramente di sinistra, ma che sta con i piedi per terra e di conseguenza pensa che il mercato del lavoro debba cambiare – e mi piacerebbe dire “evolversi” – come tutti o quasi gli aspetti della nostra società e delle nostre relazioni interpersonali sono cambiate.

Non entro più di tanto nel merito, non voglio analizzare la riforma come hanno fatto tanti – troppi – fino ad ora. Voglio definire comunque un paio di punti per me importanti nell’approccio a simili questioni:

  • essere in Europa non vuol dire che siamo obbligati a prendere tutto a modello da questa; nello specifico, le leggi sono espressione e rappresentazione di una società, con le sue regole scritte e non, per cui se il substrato sociale cambia allora l’effetto delle leggi non è sicuramente lo stesso. Pertanto, quello che funziona in Germania – ma il discorso vale anche per la Francia e la Spagna, etc. etc. – nessuno ci assicura funzioni allo stesso modo da noi viste le differenze culturali tra i nostri due paesi.
  • ancora – e qui chi vuole intendere intenda – avere tanti amici gay non assicura necessariamente il bollino del friendly.

Se si prende a modello un sistema di relazioni e leggi di un paese lo si deve prendere a modello nella sua totalità, e non solo per le parti che ci fanno più comodo. Se vogliamo adottare la legislazione tedesca sui licenziamenti, cominciamo con l’introduzione del “consiglio di fabbrica” con la rappresentanza sindacale seduta al tavolo delle decisioni e con una legge che, democraticamente, non permetta l’esclusione di sigle sindacali da parte delle aziende.

Più in generale, non mi piace quando in merito a faccende del nostro paese sento dire “modello tedesco”, “modello francese”, etc. etc. e mi chiedo ma quando avremo un “modello italiano”?
Ho sinceramente l’impressione che la nostra classe politica, i partiti e la classe dirigente in generale, occupi più tempo a guardare quello che fa comodo “prendere” e quello che fa comodo “non prendere” dagli altri paesi per adattarlo – spesso in malo modo – piuttosto che studiare come la nostra società si sta mouvendo cosi da cogliere le reali necessità per far si che qui si viva meglio. Eppure questo dovrebbe essere il suo scopo principale, no? E’ cosi per la legge elettorale, per la riforma del mercato del lavoro, per una legge seria sul matrimonio per coppie di persone dello stesso sesso, per una legge sulla omogenitorialità.

E sia chiaro che dico questo con la tessera del PD in tasca. Anzi, mi piacerebbe che il partito si chiarisse una volta per tutte le idee, e ce le chiarisse a noi. Perché è assurdo ascoltare dichiarazioni antitetiche del segretario e del suo vice alla TV.

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