PD Commissione Diritti: Ivan Scalfarotto

Di seguito il testo integrale del discorso tenuto da Ivan Scalfarotto alla riunione della Commissione Diritti del PD.
Enjoy!

Ci sono delle volte in cui fare politica è particolarmente difficile. Delle volte fare politica non è soltanto esprimere un punto di vista, offrire una soluzione tecnica a un problema, aspirare a costruire un futuro migliore per i propri concittadini.

Ci sono momenti, attimi, in cui fare politica è l’enorme, pesantissima, responsabilità di rappresentare milioni di persone che non hanno voce, visibilità, dignità e si aspettano che sia la tua voce a dire quello che direbbero loro, se solo potessero.

Quest’oggi, qui, davanti a voi, mentre siamo chiamati a discutere della vita di tante persone che abbiamo sino ad oggi volutamente dimenticato, mi sento particolarmente afflitto da questo peso ed è per questo che ho deciso di leggere il mio intervento, cosa che – come sapete – non faccio d’abitudine.

Ho aderito al Partito Democratico con entusiasmo e piena convinzione, convinto che la sintesi tra le migliori culture politiche di questo paese unita all’apertura alle nobili energie che la società civile italiana è capace di esprimere, fosse la ricetta giusta per gestire i temi e i problemi della società del nostro secolo. E chi di voi mi conosce sa che la profondità e la nettezza delle mie opinioni non mi fa in genere perdere di vista il rispetto per l’istituzione che rappresentiamo e la necessità di giungere a una sintesi alta, come ha ricordato la Presidente Bindi nella prolusione con la quale ha aperto i lavori di questa commissione, qualche settimana fa.

Eppure oggi mi pare necessario, al di là dei dati tecnici e giuridici che la mia amica e collega Paola Concia ha delineato con tanta precisione e nitidezza, rappresentare a voi anche il senso di stanchezza, di smarrimento, di avvilimento di almeno un milione di famiglie di questo paese che per la Repubblica Italiana sono nulla. Nulla l’amore, nulla la vita quotidiana, nulla i sacrifici, nulla la malattia e gli interventi chirurgici. Sono nulla le foto, i ricordi, i sorrisi e le risate, lo stare insieme. Nulla il lavoro e il mutuo da pagare, nulla la buona notte di ogni notte e nulla il buongiorno di ogni mattino.

Io credo che in quanto classe dirigente di questo paese dovremmo provare un senso di profonda e incancellabile vergogna per non essere stati capaci di dare dignità e riconoscimento alla determinazione di milioni di nostri concittadini adulti di costruirsi un futuro insieme.

Dovremmo vergognarci di aver consentito che il nostro diventasse l’unico paese del mondo occidentale dove l’omofobia è la regola e l’inclusione e il rispetto sono l’eccezione. Dove bisogna giustificare le ragioni per cui si fa qualcosa per sostenere e includere i gay, le lesbiche o le persone transessuali e si possono invece dare per scontate e “naturali” l’inerzia e l’intolleranza contro di loro.

Badate bene: l’omofobia non è solo picchiare o accoltellare una persona gay o lesbica. Se riconosciamo, come tutti faremmo e come la nostra stessa legge fa, che è razzismo anche soltanto comprimere verbalmente la dignità di una persona sulla base della sua razza o della sua etnia così dovremmo concordare che omofobia è qualsiasi atto o dichiarazione, anche verbale, che discrimini e diminuisca lo status giuridico e la dignità umana delle persone sulla base del loro orientamento sessuale.

E’ omofobia anche quella di un arguto ed equilibrato giornalista che dice con assoluta serenità dalle colonne del più importante quotidiano del Paese che il matrimonio non può che essere quello tra un uomo e una donna e che un bambino deve avere un padre e una madre. E’ omofobia perché legittima milioni di altri cittadini, tra cui centinaia di parlamentari di tutti i partiti, incluso il nostro, a dire lo stesso contraddicendo gli studi scientifici (ne esistono numerosi, e sono facilmente reperibili) che dimostra che le due affermazioni sono, dal punto di vista scientifico, radicalmente e assolutamente false.

E’ omofobia dire da uno scranno parlamentare che “l’omosessualità è un peccato”, come dimostra il fatto che tra le ormai numerose macchie che l’immagine dell’Italia porta sul suo prestigio internazionale vi è quella di essere l’unico paese dell’Unione, dalla data della sua fondazione, ad avere espresso un Commissario la cui designazione sia stata respinta, per aver pronunciato quella frase, nel Parlamento Europeo.

L’unico spazio che ci è dato come Partito Democratico è quello di perseguire una strada che consenta di riconoscere la piena e assoluta parità delle persone e delle famiglie omosessuali nel nostro paese, similmente a quanto avviene in tutti i paesi della comunità degli stati di cui sentiamo storicamente di far parte.

Che lo si chiami matrimonio, soluzione che io sicuramente prediligo, o con altro nome, davanti a noi non esiste che questa possibilità. Ogni limitazione dei diritti e dello status delle persone omosessuali non è oggi né comprensibile né giustificabile.

Il dato storico ci insegna che la famiglia è cambiata di più negli ultimi 40 anni che nei mille anni precedenti. Dalla notte dei tempi e fino agli anni ‘70 le donne non avevano la potestà sui figli che partorivano, l’adulterio era reato soltanto se commesso dalle mogli, esisteva il delitto d’onore, il matrimonio – fino a Franca Viola, nome che non ricordiamo mai abbastanza – riparava lo stupro, un reato che colpiva la morale, non la persona.

La politica di quegli anni seppe capire e regolamentare una realtà che cambiava a velocità tumultuosa. Oggi ci troviamo davanti alla medesima sfida. Spiegare a taluni cittadini perché vengono sottratti loro dei diritti al di là del principio del danno. Perché la libertà mia viene limitata anche quando la sua estensione non limiterebbe in alcun modo la tua libertà. Perché mi neghi il diritto di sposarmi quando questo non causerebbe a te nessun danno, né comprimerebbe la tua libertà.

A questi interrogativi e a questi nostri concittadini vanno date risposte non retoriche e assai stringenti, convincenti. A quei cittadini che in Olanda o in Spagna sono coniugi e qui sono due estranei, in barba al principio di libera circolazione dei cittadini nel territorio dell’Unione bisogna dire qualcosa di logico e convincente. Così come bisogna dire qualcosa di convincente a quelle coppie gay e lesbiche che hanno avuto dei bambini e vivono nel terrore che il genitore biologico muoia.

Come partito davanti a noi abbiamo il dovere di allinearci alle pratiche più avanzate, e anche il dovere di rispettare il Trattato di Nizza e quello di rispondere alle sollecitazioni della Corte Costituzionale e della sua sentenza n. 138/2010. Quella che dice che le unioni omosessuali – le unioni in quanto tali, e non solo i conviventi all’interno della coppia – sono rilevanti ai sensi dell’articolo 2 della nostra Carta Costituzionale.

Nessun tentennamento ci è consentito. Perdonatemi, nemmeno in nome di una fede, anche maggioritaria, anche storicamente determinante per la creazione della cultura italiana. La fede va rispettata ma è necessario che noi, dirigenti di questo partito, prendiamo atto senza paura di avere davanti agli occhi un paese i cui cittadini reclamano a piena voce – e le chiedono a noi del PD – leggi europee: laiche, inclusive, rispettose di tutti. Un paese che vuole e che merita l’uguaglianza sostanziale di tutti i suoi cittadini.

Martin Luther King, uno che ha sentito sulla pelle il dolore che si prova ad essere una persona di seconda categoria, la pena che dà sentirsi cittadino a diritti diminuiti del proprio paese, ebbe a dire: “Non è grave il clamore dei violenti. E’ grave il silenzio delle persone per bene”.

Intorno a questo tavolo vedo soltanto persone per bene. E vedo in voi e tutto intorno a me un partito perbene.

Quello che chiedo a ciascuno di voi, individualmente, e quello che chiedo al Partito democratico è di rompere finalmente il silenzio assordante che ha consentito e ancora consente in Italia la discriminazione, l’emarginazione e la negazione dell’esistenza di una moltitudine di donne, di uomini, dei loro sentimenti, delle loro vite.

Qui il blog di Scalfarotto

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