Educare

Da quando ho raggiunto piena consapevolezza del mio essere e del mio desiderio di impegnarmi per esso non mi son mai tirato indietro a confrontarmi, raccontarmi, farmi vedere, per quello che sono.
Non sono un attivista tout court, ma mi reputo comunque un militante GLBT, e mi piace pertanto partecipare ad incontri ufficiali cosi come a semplici adunate conviviali e parlare dell’universo GLBT, dei suoi mille aspetti e peculiarità.

Tra i tanti discorsi, dal momento che penso che una migliore condizione di vita per le persone frocie cominci da un migliore rapporto con i genitori e più in generale all’interno della famigia, mi piace parlare di educazione e di figli.
Non vado in giro a tener conferenze, la maggior parte delle volte faccio questi discorsi con amici e conoscenti e quindi mi diverto a sparigliare le carte in tavola.

Confesso di esser fortunato, ho amici speciali che non hanno mai – e ribadisco mai – mostrato cenni di intolleranza, per non dire omofobia, e quindi non mi sono mai trovato a dover affrontare muri ideologizzati. Diverso è stato qualche volta in situazioni più pubbliche.

Ma veniamo al dunque.

Lo scorso anno partecipai una sera ad un incontro organizzato da un amico che studia filosofia con alcuni suoi colleghi di università sul tema della diversità, il primo argomento trattato fu l’omosessualità. Bella serata, con molti interventi ed un bel confronto; quello che mi colpì maggiormente quella sera fu però la dichiarazione di una signora presente che – non ricordo ovviamente i termini precisi – incitava i ragazzi che avevano quantomeno dubbi sul loro orientamento sessuale a parlare con i genitori, ad aprirsi. Ovviamente tutti applaudimmo ad una simile posizione.
Quello che però non tornava è che la signora in questione partiva dal presupposto che i figli dovessero confidarsi senza pensare e/o accennare minimamente al dovere di un genitore di creare le condizioni affinché i figli si sentano liberi di confidare un simile dubbio – la cui scoperta è sicuramente destabilizzante per un adolescente – ad un familiare.
In fatti, cosa può mai pensare un ragazzo – ma anche una ragazza – quando cresce in una famiglia che sin dall’adolescenza gli parla in termini “eterosessuali” e non gli viene mai nemmeno accennato che esiste anche l’omosessualità? Quale stato d’animo può attraversare un ragazzo a cui è sempre stato chiesto di eventuali fidanzatine quando realizza che si è preso una cotta per il compagno di banco? E’ questo substrato culturale che crea il primo momento di dolore al momento della scoperta di essere diversi dagli altri, di non poter dare ciò che ci si aspetta da noi.
Mi si dirà che è consuetudine – non normale – parlare in simil modo ad un ragazzino di 10 anni, e lo capisco anche perché le probabilità che sia etero sono decisamente superiori ma non è buona cosa escluderlo a priori. Ci son già le scuole a dare modelli parziali agli adolescenti – non entro nel merito del perché e percome – e la famiglia resta l’ultimo baluardo contro l’omologazione e l’appiattimento culturale.

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7 pensieri su “Educare

  1. ciao Mary, sinceramente ho riletto 2 volte il tuo commento e non ho ben capito cosa volessi dire, soprattutto in relazione a quanto ho scritto io.

    mi spiace per i tuoi amici ma credimi il fatto che siano gay non ha nulla a che vedere con gli abusi subiti da piccoli e la distrazione della famiglia. tra l’altro le statistiche parlano chiaro che gli abusi sessuali nulla hanno a che vedere con un eventuale orientamento sessuale dell’abusato…

    infine, in quanto scritto io non parlo da un punto di vista di un figlio, ma rifletto su quello che dovrebbe essere il comportamento dei genitori che non dovrebbe indurre un figlio a pensare di “tutelarli” ma dovrebbe sentirsi libero di esprimersi…

    1. mmh probabilmente mi sono espressa come carta stracciata…oooops!!! chiedo scusa!!! era solamente un mio pensiero su quello che ho appreso dai miei amici..e so perfettamente che la propria sessualità non deriva da eventuali abusi subiti nell’infanzia…
      promesso!!! la prossima volta sarò più chiara..
      Mary

  2. la metà delle mie amicizie/conoscenze sono omosessuali..a parte le risate continue da mal di pancia,ci sono stati momenti in cui, a cena insieme, si sono aperti con me come fossi il loro diario. Fatto sta che ho potuto capire che su 4 di loro, 2 hanno da piccoli subito violenza sessuale da parte di adulti, magari anche amici di famiglia, e che i genitori non se ne siano accorti. Mi è stato anche spiegato che la famiglia probabilmente sa della sessualità del figlio/a ma che resta in un dubbioso silenzio in attesa di non si sa cosa. Come se tutti sapessero e nessuno facesse il primo passo per la dichiarazione. E a volte non si parla, per “tutelare” i genitori. Per difenderli. Io non so davvero come mi sarei comportata coi miei, se fossi stata omo. Fatto sta che per come sono i miei, non penso che glielo avrei nascosto per sempre. Come si fa a vivere una vita in solitudine, quando la famiglia è l’affetto più vicino che abbiamo?
    Capisco anche che è estremamente difficile dichiararasi!!!
    Mary

  3. Eh sì, Fabio. Riguardo al “politically correct” penso che sarebbe innaturale usare espressioni generiche tipo “allora, ce l’hai già una persona speciale? hai il fidanzatino, la fidanzatina o eventualmente, nel caso tu sia bisex, entrambe?”. Del resto per uno che si rivelerà transessuale, anche avergli imposto un nome e un genere sulla carta di identità sarebbe una violenza… Il fatto che ci sia una percentuale di probabilità che il bambino sia gay, non deve far perdere di vista che la percentuale maggiore è di eterosessuali. Molto spesso i gay se ne scordano.

    Questo per dire che i bambini (ma anche noi adulti) non assorbono i significati linguistici espliciti. Non importa quali frasi usi. Puoi dichiarare loro il tuo amore quanto ti pare, ma se non li ami se ne accorgono. Allo stesso modo, puoi anche chiedergli se hanno la fidanzatina, ma se hai una mentalità aperta e non sessuofoba assorbiranno quella mentalità aperta. Perché ricordiamo, che la sessuofobia non è solo avercela coi recchioni, ma anche svalorizzare le donne (e spesso lo fanno sia i padri che le madri) o svalorizzare gli uomini. Ai bambini va insegnato semplicemente che le persone valgono per ciò che scelgono di essere e che hanno pari dignità, e non per il cromosoma o l’orientamento di genere che hanno.
    Se i genitori hanno interiorizzato questo valore, lo trasmetteranno ai figli. Al di là delle parole che utilizzano.

    1. Vero quanto dici, ma con qualche distinguo. Infatti io credo – e l’esperienza di figli di amici a noi molto vicini me lo prova – che anche le parole servono, il corretto linguaggio e la trasparenza di intenti… Non basta aver fiducia sulla capacità dei bambini di avvertire, percepire e di conseguenza assorbire quello che realmente provano/pensano i genitori…

      1. Non era un aut-aut, Fabio. I messaggi che compongono la comunicazione hanno due versanti: uno manifesto (il significato linguistico di quello che dici) e uno nascosto (il significato psicologico, il modo in cui lo dici). Se io ti dico “dove sei stato?” il significato manifesto della frase è chiaro. Ma se lo dico con la fronte corrugata, in modo brusco e con il tono della voce alterato, il significato psicologico è chiaramente di accusa, non è solo un volermi informare di come hai passato la giornata. Tra i due significati, il significato psicologico è quello che noi normalmente recepiamo e quello a cui rispondiamo nel proseguire la transazione comunicativa. Per i bambini ancora più che per gli adulti vale il significato psicologico.
        Poi è chiaro che, ammenocché i genitori non siano schizofrenici, se il significato psicologico che trasmettono è di un certo tipo, quello manifesto (le parole che usano) sarà coerente con quello.

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