minipride, fiaccolate, chiamatele come vi pare



Alessio De Giorgi – deus ex machina di Gay.it – affronta ieri, in un articolo sul suo portale, il fenomeno delle fiaccolate diffusosi a macchia d’olio in tutta italia.

Sebbene di eventi simili ce ne sono decine, per qualche motivo De Giorgi cita e prende in considerazione solo quelle di Roma e Milano.

Milano per fare un appunto all’arcigay locale che non distribuisce un free press gayClubbing, definito anche libera stampa – che, se i fatti non son cambiati, appartiene in parte allo stesso De Giorgi.

Roma perché probabilmente è stata la prima, ma anche per il difficile rapporto attualmente esistente tra le principali associazioni cittadine.

De Giorgi affronta in questo articolo il rapporto tra “le fiaccolate” e le associazioni, finendo per dire che le associazioni devono temere le fiaccolate che esprimerebbero dissenso e distacco da queste ultime.

Beh, probabilemte ha un po di ragione, in fondo se ci si è cominciati ad organizzare in modo cosi spontaneo forse un minimo dipende anche da una certa insofferenza verso le modalità in cui le associazioni gestiscono il quotidiano.

Io non sono del tutto convinto di quanto scrive De Giorgi.

Io penso che ci sia spazio per tutti e tutte e che le forme di partecipazione possano essere tante e diverse. Il lavoro fatto dalle associazioni sui territori è inimmaginabile – non per De Giorgi che ha ricoperto cariche di altissimo livello in Arcigay Pisa, Arcigay Toscana, Arcigay Nazionale, non dimentichiamolo – e non è certo cosa di cui fare scempio, nemmeno con le parole.

Conosco gli organizzatori della fiaccolata di Roma, sono stato tra i convocati della prima fiaccolata e vi ho partecipato. So cosa ci si dice, tutto chiaramente espresso nel discorso congiunto in Piazza del Campidoglio.

Credo sinceramente che queste fiaccolate non siano una alternativa al lavoro delle associazioni, che sia chiaro, e le associazioni non hanno nulla da temere infatti non è un caso che alle fiaccolate partecipa chiunque, qualunque sia la tessera associativa o di partito abbia in tasca, se ce l’ha. La scelta di non usare quindi altra bandiera se non quella rainbow e di non scrivere una piattaforma politica – scelta per me più che oculata – non la interpreto in altro modo se non nella volontà di accomunarci come persone, per creare quella comunità di cui tanto si parla ma che alla fine non si riesce a vedere. Una comunità grande, compatta, che ah come unico interesse la propria visibilità e il proprio bene.

Poi i dietrologi son liberi di pensarla diversamente.

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